Scavalcare il muro

Ho sempre scritto, mi è sempre piaciuto scrivere. Ho iniziato mentre studiavo lingue al liceo, creando un giornale scolastico che parlava di attualità e della vita scolastica. Ho continuato poi all’università dove ho iniziato a studiare cinema, creando con un mio amico una rivista su CD che veniva distribuita gratuitamente. Al suo interno c’erano articoli e una sezione video che raccoglieva cortometraggi dei miei colleghi universitari. Era il 2002-2003 ed era il nostro modo di scavalcare il muro con cui l’industria tagliava fuori il cinema underground. In quegli anni l’industria era ancora un grande elefante. Le possibilità che un corto indipendente fosse visto da qualcuno erano bassissime, da lì l’esigenza di distribuire i corti dei miei colleghi tramite la rivista.

C’era il cinema indipendente, quello autoprodotto però non trovava uno spazio commerciale e produttivo: una semplice telecamera semiprofessionale aveva prezzi difficilmente abbordabili per uno studente. E non c’era da comprare solo la telecamera, ma anche il computer, le schede di acquisizione video, programmi di montaggio. Alla fine dei conti se te la cavavi con l’equivalente di 30.000 € avevi speso poco e avevi un’attrezzatura che oggi sarebbe sotto all’amatoriale! Parliamo di telecamere e computer che oggi sarebbero surclassati dalla potenza e qualità di un qualsiasi smartphone di fascia media ma che allora erano il massimo a cui aspirare se volevi iniziare a fare il regista o il direttore della fotografia.

Le camere erano ingombranti, lente (di solito equivalenti a ISO 250-320), e tra quelle accessibili solo un modello aveva le ottiche intercambiabili (la mitica XL-1). Internet era ancora a uno stato della “prima era” e per reperire informazioni su come fosse stato fatto un film, un effetto di camera, una ripresa particolare, bisognava ricorrere alle riviste di settore. Non esistevano i tutorial, non esisteva YouTube. Ho sempre cercato con miei amici di creare corti e video ispirati dai grandi registi che ci hanno fatto appassionare al cinema con le loro opere. Quasi mai è andata bene, le risorse tecniche erano limitate e c’era anche un limite all’accessibilità ai materiali professionali. Le telecamere prosumer avevano sensori piccolissimi, ottiche integrate scadenti e non erano in grado di restituire un fuoco selettivo, prima vera ed evidente distinzione tra una ripresa amatoriale e una almeno semi-professionale.

Nella mia città, Roma, un solo noleggio affittava luci e stativi per i corti con poco budget o auto-prodotti. Era un noleggio piccolino, in uno scantinato, e aveva pezzi che avevano un’età superiore a quella di mio nonno. I grossi noleggi affittavano solo alle società di produzione dell’establishment cinematografico. Quindi non ci rimaneva che far esperienza con attrezzature post belliche e lavorando di fantasia.

Poi nel 2006 mi accadde qualcosa che segnò tutta la mia carriera. La Nokia per promuovere il N93 -uno dei primi cellulari capaci di registrare video lunghi con zoom ottico 3x e lenti Zeiss- fece un concorso. Selezionò 60 studenti di cinema e inviò loro il cellulare prima che uscisse sul mercato. Ogni studente doveva girare un corto con il N93 e poi inviarlo alla giuria. Il migliore sarebbe stato distribuito e proiettato nei cinema italiani insieme al film di Michel Gondry “The Science of Sleep”! Pensare di poter accostare in sala cinematografica delle immagini girate con un cellulare a un film internazionale era pure fantascienza, ma quel concorso permise di aprire i cinema a tecnologie aliene. Fui tra i fortunati 60 studenti, ricevetti il cellulare e girai il mio corto. Aveva tutti i difetti e i limiti delle telecamere con cui eravamo cresciuti ma fece una cosa incredibile: ci fece immaginare un futuro vicino in cui le camere si sarebbero ridotte di dimensioni e sarebbero state più accessibili. Se un cellulare poteva avere la stessa capacità di registrazione di una telecamera consumer ma in un decimo dello spazio, cosa avremmo visto in futuro? Arrivai tra i finalisti ma non vinsi il concorso, mi rimase impressa però una cosa che avrebbe guidato poi la carriera di direttore della fotografia che di lì a poco avrei cominciato: la tecnologia stava cambiando il modo di fare cinema e facilitava l’accessibilità a quel mondo che ci sembrava lontano e difficile da raggiungere. Qualcosa si stava muovendo.

Negli stessi anni arrivarono le prime cineprese digitali Arri e soprattutto la prima Red One. Pesava quanto un carro armato, ma la divisione netta che c’era prima tra attrezzatura amatoriale e professionale cominciava a sfumare. I noleggi cominciarono ad aprire alle piccole realtà produttive: piccole società, addirittura alle associazioni culturali. Questo permise a molti della mia generazione di fare esperienza con gli stessi materiali che l’industria cinematografica usava.

Contemporaneamente sul mercato italiano prese piede la P+S Technik. Il primo adattatore capace di montare lenti fotografiche davanti alle ottiche delle telecamere prosumer. Fu una vera rivoluzione. Era stato inventato circa un decennio prima in Germania ma in Italia fu reso famoso dal maestro del cinema Tinto Brass. Caso volle che intervistai proprio Tinto Brass nel 2004 per una rassegna che volevo fare nel mio cineclub Detour e da quella conversazione nacque in me una profonda stima per la sua arte e la sua persona che mi portò a seguire tutte le sue dichiarazioni e uscite pubbliche.

Le telecamere che avevamo sempre usato come ripiego dovuto all’inaccessibilità delle cineprese vere e proprie acquisivano una dignità nuova tramite questo adattatore. Avevamo finalmente il fuoco selettivo e la possibilità di montare ottiche grandangolari che non riproducessero le scene come se fossero viste attraverso il fondo di una bottiglia. Rimasi affascinato dalla P+S Technik.

Gli esercenti e soprattutto il pubblico avevano capito che i piccoli film e corti indipendenti potevano funzionare in sala.

Quando nel 2006 cominciai a muovere i primi passi come direttore della fotografia giravo corti prodotti da piccole società e la P+S Technik era il punto di riferimento massimo cui potevo aspirare. Nel frattempo anche internet si era evoluto, c’era YouTube, i primi video online, i forum.

Grazie a essi acquisii abbastanza informazioni per costruire il mio primo adattatore 35mm auto-costruito. Negli anni seguenti lo andai migliorando, rifinii le lenti interne, il vetrino e il suo movimento fino ad avere un adattatore stabile e affidabile: il mio Ojo35 era pronto per la validazione sul campo. Basta con i test privi di valore artistico e densi solo di dati: adesso doveva reggere un lavoro vero. Era giunta l’ora che la mia creazione facesse il salto.

L’occasione fu un film indipendente con pochissimo budget in cui un mio amico faceva la direzione della fotografia e, consciamente o inconsciamente, si fidò di girarlo interamente con il mio Ojo35. Feci l’operatore in quel lungometraggio. Il mio preziosissimo adattatore anche se ottimo dal punto di vista ottico lasciava molto a desiderare sia nell’aspetto che nella manutenzione. Aveva bisogno di cure costanti.

Dopo il film lo usai per molti video musicali accoppiato a una Panasonic HVX200 (finalmente una camera in grado di registrare in 4:2:2) finché nel noleggio dove affittavo luci e accessori per la camera arrivò la voce del mio adattatore all’allora proprietario. Il noleggio era Technovision, il proprietario si chiama Arald. È la stessa persona che collaborava con Henryk Chroscicki e che ha poi raccolto la sua eredità.

Mi chiese di raccontargli come lo avevo costruito, che lenti avevo usato all’interno e come fossi riuscito a renderlo di quasi 2/3 di stop più luminoso della P+S Technik. Fu molto cordiale e mi propose di collaborare per migliorarlo all’interno di Technovision. Dopo quella chiacchiera mi confidò che aveva collaborato anche al progetto P+S Technik. Un’emozione che durò pochissimo tempo. La Canon mise sul mercato la 5D Mark II, tra le prime DSLR capaci di girare video. Gli albori della rivoluzione digitale, con tutto quello che ne sarebbe seguito.

Se non avessi vissuto in prima persona tutti quegli stravolgimenti dell’industria, probabilmente non avrei avuto quel punto di vista che tutt’ora alimenta in me l’interesse per le nuove tecnologie e per rendere snello il workflow dell’industria cinematografica. Dopo esattamente 20 anni dalla ricezione di quel Nokia, quell’epifania che ebbi avendolo in mano ancora non si è esaurita. Dal 2024 ha trovato una casa in Pongo Studio e sfogo nelle applicazioni che stiamo sviluppando e testando.

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